Dopo Il dio dei boschi e Kala, quando ho letto la trama de Il silenzio di Atalanta di Kirsten Sundberg Lunstrum ( NN Editore ) ho avuto quella sensazione pericolosissima per chi legge: questo libro mi stava chiamando.

Un luogo isolato, una natura fitta e quasi impenetrabile, una piccola comunità e una ragazza intorno alla quale si costruisce un mistero: diciamo che non ho opposto molta resistenza, anche perché evidentemente questo è un momento della mia vita da lettrice in cui sono particolarmente attratta dai luoghi che non si limitano a fare da sfondo alle storie, ma finiscono quasi per determinarle, trattenendo le persone, i segreti e soprattutto il passato.
Ne Il dio dei boschi erano i boschi degli Adirondack, in Kala una piccola comunità irlandese e tutto quello che continua a legare le persone a un luogo anche quando credono di essersene andate. Qui invece c’è Elita, un’isola al largo di Seattle, e credo di esserci entrata ancora prima di incontrare davvero Atalanta.
Non sono rimasta delusa.
Anzi, a pagina 152 mi sono fermata.

Bernadette sta leggendo Alice nel Paese delle Meraviglie ad Atalanta, la ragazza che non parla trovata nei boschi dell’isola, e mentre legge pensa a sua figlia Willie, a quando era piccola, alle parole e ai libri. Pensa che, prima ancora di insegnare a un bambino lettere e vocaboli, bisognerebbe insegnargli ad amare le storie.
Io in quel pensiero mi sono riconosciuta, forse anche perché mia madre mi ha sempre raccontato che quando ero molto piccola mi parlava tantissimo, anche quando non potevo ancora risponderle, come se la conversazione tra noi fosse già iniziata e io dovessi soltanto trovare le parole per entrarci. Ho iniziato a parlare molto presto e non so quanto le due cose siano davvero collegate, forse non importa neanche, ma mi piace pensare che il mio rapporto con le parole sia cominciato così: con qualcuno che continuava a parlarmi dando per scontato che avessi qualcosa da dire.
Poi sono arrivate le storie e, a quanto pare, da quelle non sono più riuscita a liberarmi.
Forse è anche per questo che Il silenzio di Atalanta mi è piaciuto così tanto. È un libro pieno di cose, un mistero e insieme un romanzo profondamente femminista, una storia di donne, di maternità, di libertà e di identità, ma sotto tutto questo, almeno per me, continua a parlare delle parole e delle storie attraverso cui costruiamo noi stessi e gli altri.
E al centro di tutto mette proprio una ragazza che non parla.
Elita, un’isola da cui non si esce
Siamo nel 1951 quando Atalanta viene trovata nei boschi dell’isola di Elita, al largo di Seattle. È sola, non parla e nessuno sa chi sia, da dove venga o cosa le sia successo, ma prima ancora di farmi catturare dal mistero di questa ragazza credo di essere rimasta intrappolata nell’isola.
Elita ha qualcosa di quasi mistico, è uno di quei luoghi in cui si può entrare ma dai quali sembra impossibile uscire davvero e, stranamente, questa sensazione non deriva dal carcere che sorge sull’isola, perché sarebbe persino troppo facile. È l’isola stessa, con i suoi boschi, l’acqua tutto intorno, la piccola comunità, i silenzi e i segreti, a dare continuamente l’impressione di sapere qualcosa che noi ancora non sappiamo.
Ha quasi una forza propria, capace di trattenere persone, ricordi e storie, e durante la lettura ho avuto spesso la sensazione che passato e presente convivessero nello stesso spazio, che sotto quello che stavo vedendo ci fosse sempre un altro strato da scoprire.
Poi dai boschi arriva Atalanta e cominciano inevitabilmente le domande, perché lei non può raccontare chi è mentre tutti gli altri possono farlo al posto suo: le danno un nome, formulano ipotesi, cercano di ricostruire un passato e di sistemarla dentro una storia che abbia senso.
È una delle cose che mi sono rimaste più addosso del romanzo: Atalanta non ha parole per raccontarsi e intorno al suo silenzio cominciano immediatamente a nascere le storie degli altri.
Ed è impossibile, leggendo, non chiedersi quanto potere abbiano le parole e quanto di ciò che siamo dipenda anche da quelle che qualcun altro ha scelto per raccontarci.
Bernadette
A cercare di entrare in contatto con Atalanta arriva Bernadette Baston e qui rinuncio immediatamente a qualsiasi pretesa di imparzialità, perché ho amato Bernadette. Tutta la vita.
È una donna degli anni Cinquanta che sembra essere arrivata con qualche decennio di anticipo: studia il linguaggio e il suo apprendimento, lavora in un ambiente accademico dominato dagli uomini, è indipendente, testarda, libera, femminista in un tempo in cui per una donna voler decidere semplicemente della propria vita aveva già qualcosa di rivoluzionario. Ed è madre.
Mi è piaciuto moltissimo che tutte queste cose possano convivere in lei senza che una debba necessariamente cancellare l’altra, perché Bernadette ama Willie ma essere madre non esaurisce la sua identità: ha un lavoro, un’intelligenza, desideri, ambizioni e soprattutto una voce propria.
Proprio attraverso il rapporto con sua figlia, però, il tema delle parole acquista una dimensione ancora più intima, perché Bernadette non vuole soltanto insegnarle a parlare o a leggere, vuole darle gli strumenti per trovare una voce che sia davvero sua. E poi davanti a questa donna che ha fatto delle parole il proprio mestiere arriva una ragazza che quella voce, almeno apparentemente, non ce l’ha.
O forse ce l’ha, ma gli altri non sanno ancora come ascoltarla, che è una cosa molto diversa.
È anche per questo che pagina 152 mi ha riportata a mia madre, perché parlare a qualcuno che non può ancora risponderti significa in qualche modo avere fiducia nella sua voce prima ancora di sentirla: significa aspettarla, riconoscerne l’esistenza e, possibilmente, non decidere in anticipo che cosa dovrà dire.
Le donne di Elita
Bernadette non è però l’unica donna che mi è rimasta addosso, perché poi c’è Signe, che all’inizio sembra quasi una sempliciotta, uno di quei personaggi che pensi di aver inquadrato velocemente e che invece, pagina dopo pagina, continua a svelare nuovi strati.
Più la conoscevo, più diventava difficile capire cosa provassi nei suoi confronti: alcune cose mi hanno fatto una tenerezza enorme, altre mi hanno fatto arrabbiare e altre ancora mi hanno letteralmente distrutta.
Una madre può amare e ferire, proteggere e sbagliare, essere generosa, egoista, coraggiosa, fragile e persino terribile, perché prima di essere la proiezione di tutto ciò che culturalmente abbiamo deciso di mettere dentro la parola “madre” è, banalmente e meravigliosamente, una persona.
Ed è una delle cose che ho apprezzato di più nella scrittura di Lunstrum: permette alle sue donne di essere contraddittorie, non le trasforma in simboli e soprattutto non pretende che siano esemplari soltanto perché sono donne.
Poi c’è Haven Wright, l’ostetrica, un personaggio meno centrale che però non riesco a lasciare fuori quando penso al femminismo di questo libro. Haven appartiene a quella rete silenziosa di donne che, negli anni Cinquanta e anche prima, trovavano il modo di aiutare altre donne quando la società intorno a loro offriva pochissime possibilità.
Non voglio raccontare esattamente in che modo, perché è bello scoprirlo leggendo, ma l’ho trovata una pioniera e attraverso di lei ho sentito fortissimo quel clima di sorellanza che attraversa il romanzo: non la sorellanza da slogan, perfetta e un po’ patinata, ma quella concreta di donne che fanno qualcosa per altre donne, custodiscono, aiutano e, quando possono, tengono aperta una possibilità che altrimenti rischierebbe di chiudersi per sempre.
E bisogna ricordarsi continuamente che siamo negli anni Cinquanta e, per alcune delle storie che attraversano il romanzo, ancora prima.
È forse questo il femminismo che ho amato maggiormente ne Il silenzio di Atalanta: non ha bisogno di spiegarmi di essere femminista perché lo vedo nelle vite delle sue donne, nelle possibilità che vengono loro negate, in quelle che conquistano e in quelle che riescono ad aprire per qualcun’altra.
Ma lo vedo anche nelle loro contraddizioni, perché Bernadette, Signe, Haven, Willie e Atalanta non hanno bisogno di essere “personaggi femminili forti”. Possono semplicemente essere donne.
E forse è molto più rivoluzionario così.
Le parole ci raccontano, le storie ci costruiscono
Alla fine, però, torno sempre alle parole.
Madre, figlia, moglie, donna, ma anche brava, difficile, egoista, indipendente: sono soltanto parole finché non cominciamo a costruirci intorno delle storie e improvvisamente diventano identità, aspettative e ruoli.

Le storie che ascoltiamo da bambini ci insegnano, molto prima di quanto immaginiamo, cosa sia possibile, cosa sia giusto, cosa dobbiamo aspettarci dagli altri e persino cosa possiamo aspettarci da noi stessi. Poi cresciamo e scopriamo che alcune di quelle storie erano vere, altre erano soltanto una versione e altre ancora non erano mai state nostre.
Forse crescere significa anche questo: capire quali storie vogliamo conservare e quali abbiamo bisogno di raccontare di nuovo, usando parole diverse.
Atalanta, invece, parte dal silenzio ed è proprio quel silenzio a rendere così evidente il potere di chi possiede le parole, perché se non puoi raccontare la tua storia qualcun altro può sempre farlo per te, può darti un nome, decidere chi sei e trasformarti in qualcosa che riesca a comprendere.
Trovo questa idea bellissima e insieme inquietante, soprattutto perché non riguarda soltanto Atalanta. In fondo trascorriamo una parte enorme della nostra vita dentro storie che non abbiamo scritto noi: quelle della nostra famiglia, quelle che gli altri hanno costruito su di noi, quelle che la società continua a raccontarci su cosa significhi essere una donna, una madre, una figlia.
Poi, se siamo fortunate, arriva il momento in cui possiamo scegliere le parole.
E intanto io giravo pagina…
Dopo tutto questo parlare di linguaggio, donne, femminismo, identità e maternità bisogna però dire una cosa molto semplice: io questo libro l’ho divorato.
Il silenzio di Atalanta è un pageturner, e la prosa di Kirsten Sundberg Lunstrum è bellissima proprio perché non ha mai bisogno di mettersi davanti alla storia. Riesce a farmi fermare su una pagina a pensare a mia madre e alle mie prime parole e, poco dopo, a farmi correre dietro alla trama perché devo sapere cosa succede.
Elita continua a stringersi intorno ai suoi personaggi, Bernadette continua a essere meravigliosamente Bernadette, Signe continua a cambiare sotto gli occhi del lettore mentre io continuavo semplicemente a voltare pagina.
All’inizio volevo sapere tutto di Atalanta: chi fosse, da dove venisse, perché non parlasse. Poi, senza quasi accorgermene, ho smesso di guardarla come un mistero da risolvere e mi sono affezionata a lei.
Avrei voluto abbracciarla.
È difficile spiegare questa sensazione senza raccontare nulla della storia, ma a un certo punto non avevo più davanti “la ragazza dei boschi”, avevo davanti Atalanta e volevo semplicemente continuare a conoscerla. Credo sia una delle magie più belle che possa fare un romanzo: prendere qualcuno che all’inizio esiste ai nostri occhi soprattutto come enigma e restituircelo, pagina dopo pagina, come persona.
Quando ho chiuso il libro mi è rimasta lei, mi è rimasta Elita, quell’isola quasi mistica in cui si può entrare ma dalla quale sembra impossibile uscire, mi sono rimaste le sue donne e, inevitabilmente, mi sono rimaste le parole.
E allora sono tornata a pagina 152, a Bernadette che legge una storia, a Willie bambina e, inevitabilmente, a mia madre che parlava a una me piccolissima, quando ancora non poteva sapere quali sarebbero state le mie parole.
Mi piace pensare che tutto sia cominciato un po’ così: prima qualcuno ci parla, poi arrivano le nostre parole e infine incontriamo le storie, attraverso le quali, qualche volta, impariamo qualcosa anche della nostra.
Bernadette pensa che prima delle lettere e dei vocaboli bisognerebbe insegnare ai bambini ad amare le storie.
Non so se sia vero per tutti, ma so che è stato così per me.
E forse è anche per questo che continuo a leggere.
